domenica 24 gennaio 2010

La ballata dell’amore cieco (o della vanità)

La riproposta del video di questo pezzo da parte dell'amica Marilla mi ha fatto ritornare alla mente quella che reputo una della più belle canzoni d'amore scritto da un cantautore italiano.

La ballata dell’amore cieco (o della vanità), è una canzone incisa dal cantautore genovese Fabrizo De Andrè per l'etichetta romana Karim e distribuita come singolo nel 1966.
Il brano narra la tragica storia di un «uomo onesto, un uomo probo» che si innamora follemente di una femme fatale di chiara ispirazione baudelairiana, la quale come prova d'amore prima gli impone di uccidere la madre e poi di togliersi la vita.
Tuttavia quando si accorge che il poveretto muore felice è presa da sgomento, perché il suo vanitoso atteggiamento di superiorità le si rivolge contro: mentre l'altro spira ridendo a lei non rimane nulla, «non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene».
In tal modo De André esce dal canone, dal topos letterario, mostrando anche l'umana fragilità del personaggio.
Il testo drammatico stride con irriverenza con l'allegro ritmo di swing della musica, con tanto di un «tra-la-la-lalla, tra-la-la-lero» degno di una gioiosa filastrocca.
Il soggetto del brano è ripreso dalla poesia "Cuore di mamma" del poeta francese Jean Richepin.
La canzone fu incisa e pubblicata anche da Marzia Ubaldi, una cantante che incideva per la Karim, poco prima della versione di De André.
Il disco della cantante infatti ha come numero di catalogo KN 211, mentre quello del cantautore ha KN 214.
Nel 1966, quando la Karim fallì, la produzione della casa discografica venne rilevata dalla Roman Record Company.
Non essendo quindi le registrazioni delle canzoni di proprietà dell'autore, De André decise di reincidere nuovamente quasi tutto il materiale, escluse le canzoni Nuvole barocche, E fu la notte, Il fannullone, Per i tuoi larghi occhi e Geordie, ed inserirlo nei dischi pubblicati per le case discografiche dell'amico Antonio Casetta, titolare della Bluebell, del gruppo Belldisc, e della Produttori Associati.
Tutte le nuove registrazioni, effettuate insieme a Gian Piero Reverberi in qualità di arrangiatore, furono pubblicate all'interno degli album misti Volume III, del 1968, e Canzoni, del 1974, tranne Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers che trovò posto in coda a Volume I.


Per chi volesse ascoltare il brano:

(cover di Morgan):

martedì 5 gennaio 2010

Piramide di paura

L'aver visto ieri sera, 5 gennaio, il film "Sherlock Holmes" ddi Guy Ritchie (di cui presto parlerò in questa sede) mi ha riportato alla mente il film che analizzerò qui di seguito.
Questo lungometraggio presenta una figura Holmsiana molto cinematografica ma poco conforme con quello che ci dice di lui il suo creatore.
Il film "Piramide di paura" è ambientata nella Londra del 1870, dove il giovanissimo Watson, si reca per studiare medicina.
Nel college che frequenta, fa amicizia con l’altrettanto giovane Sherlock Holmes, già esperto chimico e ottimo schermitore, oltre che fine osservatore e dotato di una grande cultura umanistica.
I due amici, insieme alla bella Elizabeth, di cui Sherlock è innamorato indagano su una catena di inspiegabili omicidi.
Le vittime, due professori e un reverendo tutti del college frequentato dai due amici, come si scoprirà nel corso del film, si sono suicidate in preda ad atroci visioni.
I colpevoli delle inspiegabili morti, sono gli adepti del Ra-Ma-Tep, un’antichissima setta egiziana il cui tempio millenario è stato profanato dagli inglesi e ora segretamente ricostruito nel sottosuolo della metropoli.
Il film, sceneggiato da quel Chris Columbus autore di "Gremlins" e "I Goonies" e regista del film "Harry Potter e la pietra filosofale" e prodotto dalla Amblin di Spielberg è stato realizzato interamente in Inghilterra.
I sofisticati effetti speciali, animazione e computer — graphics, invece, sono stati realizzati dallo staff della Industria Light & Magic di George Lucas, l’industria americana ormai da molti anni leader in questo campo e anche il regista del film Barry Levinson, è un nome di grande risonanza nel panorama cinematografico americano.
Tornando al film, una cosa che bisogna aggiungere su "Piramide di paura", è che in questo lungometraggio otteniamo una figura Holmsiana molto cinematografica ma poco conforme con quello che ci dice di lui Conan Doyle.
Nel secondo capitolo "La scienza della deduzione" del primo romanzo in cui appare il personaggio del famoso detective, "Uno studio in rosso", infatti, Watson, che narra le sue imprese dice di lui: "[…]La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla.
Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle.
Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e cosa aveva fatto.
Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la composizione del sistema solare.
Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la terra gira intorno al sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene[…]".
Non solo Holmes ignora queste informazioni, ma afferma che, una volta recepite, farà il possibile per dimenticarle.
Egli paragona il cervello umano a un'angusta soffitta in cui riporre gli oggetti da conservare a portata di mano; se lo sciocco vi ammassa ogni sorta di cianfrusaglie, e gli è impossibile poi ritrovarle, il bravo operaio conserva solo attrezzi utili, collocandoli col massimo ordine, poiché: "[…]E' un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna acquisita in passato[…]".
Il tratto principale di questa metafora è la concezione specialistica del sapere holmesiano, che il narratore esemplifica con una tabella, dove riporta il grado d'interesse dimostrato da Holmes per le diverse discipline.
All'assoluta indifferenza nei confronti di letteratura, filosofia e astronomia e al superficiale aggiornamento politico, si contrappongono invece la conoscenza teorica della botanica, in particolare delle piante velenose, nonché elementi pratici di geologia, come le qualità di fango delle diverse zone di Londra, la profonda padronanza della chimica, nozioni di anatomia accurate ma non sistematiche, e l'immensa erudizione in fatto di letteratura sensazionale, che fa del detective "un calendario vivente del crimine".
Queste qualità proprie di Sherlock Holmes, che emergono in maniera così chiara dal romanzo, sono completamente travisate dallo sceneggiatore del film che lo dipinge come un giovane dotato anche di una grande cultura umanistica e di una quantomeno “spiccata” curiosità per l’astronomia, travisandone così il carattere estremamente freddo e razionalissimo.
Un’altra discrepanza tra l’Holmes Doyliano e quello che ci mostrano Columbus e Levinson è l’approccio che questo personaggio ha con le donne.
Nel racconto "Uno scandalo in Boemia" sempre il dott. Watson, amico fidato di Holmes e suo biografo ufficiale, ci dice: "[…]Non che egli provasse un’emozione simile all’amore nei confronti di Irene Adler.
Tutte le emozioni e quella in particolare, erano respinte con orrore dalla sua mente fredda, precisa, mirabilmente equilibrata.
A mio parere, era la più perfetta macchina pensante e ponderante che esista al mondo ma il sentimento amoroso lo avrebbe messo in una posizione falsa.
Non parlava mai delle passioni più dolci se non con un sorriso ironico e beffardo.
Erano utili all’osservazione — uno strumento eccellente per sollevare il velo che ricopre motivi e azioni dell’umanità.
Ma per un professionista del ragionamento, ammettere questi elementi estranei nel delicato macchinario di precisione del proprio temperamento equivaleva ad introdurre in esso un fattore di distrazione che avrebbe potuto pregiudicarne tutti i risultati mentali.
Per un carattere come il suo, un granello di sabbia in un strumento particolarmente delicato o un’incrinatura in una delle sue potenti lenti non gli avrebbero arrecato maggior disturbo di un’emozione profonda.[…]".
Anche questo aspetto viene stravolto da Columbus che affianca il noto detective ad una donna, Elizabeth, interpretata nel film da Sophie Ward, di cui Sherlock Holmes s’innamora nel corso del film.
Un’altra nota che ci possa permettere d’inquadrare il film nell’universo Doyliano è la comparsata dell’ispettore Lestrade, poliziotto di cui frequentemente Holmes sottolinea l’incapacità e che rappresenta la giustizia ufficiale nei romanzi e nei racconti di Arthur Conan Doyle.
Insomma, grazie a questo film possiamo avere una visione molto cinematografica del personaggio di Sherlock Holmes ma che ha poco a che fare con l’opera letterari del suo creatore.

lunedì 4 gennaio 2010

L’Insonne 12: Il male dentro

Il mio eclettismo di recensore in materia di letteratura di genere e fumetti mi ha portato a seguire molto da vicino questa serie fin dalla sua seconda incarnazione ad opera della casa editrice umbra Free Books e a diventare molto amico del suo creatore e sceneggiatore Giuseppe Di Bernardo.
Con orgoglio propongo in questa sede la recensione del penultimo numero de L'Insonne augurando a Giuseppe di ripetere con le sue creazioni future il successo che ha avuto con questa.


Soggetto: Giuseppe Di Bernardo, Francesco Matteuzzi
Sceneggiatura: Francesca Da Sacco
Disegni: Elena Cesana, Rossano Piccioni, Michela Da Sacco
Copertina: Marco Checchetto
Editore: Edizioni Arcadia
Data di uscita: Novembre 2009
N° Pagine: 96
Prezzo: € 5,90

Presentato alla carmesse fumettistica Lucca Comics 2009, è uscito nel mese di novembre in tutte le fumetterie italiane, pubblicato dalle Edizioni Arcadia di Bergamo, il dodicesimo e penultimo capitolo della saga de L’Insonne dal titolo “Il male dentro”.
Questo numero, che mischia abilmente fatti di cronaca e fantasia, scritto da Giuseppe Di Bernardo e Francesco Matteuzzi, sceneggiato da Francesca Da Sacco e disegnato da Elena Cesana, Rossano Piccioni e Michela Da Sacco, vede la deejay notturna Desdemona Metus, nella ricerca di fare chiarezza nella propria vita e riprendere le fila del proprio passato, alle prese con la terribile organizzazione denominata Loggia Nera, che, in questa nuova avventura, non ha paura di usare, per i suoi terribili scopi, una coppia di kamikaze, messaggeri di un’antica profezia del noto alchimista, astrologo e medico svizzero Paracelso, pronti a tutto.
Prendendo spunto da una vicenda avvenuta durante l’intervento americano in Medio Oriente infatti, gli autori raccontano, con molto tatto e non scadendo mai nella retorica, il tormento di una donna, alla ricerca di una vendetta, che il dipanarsi della narrazione porterà a confrontarsi con la protagonista.
Comprimario di rilievo è Piero Conti, soprannominato “Boss”, il burbero proprietario di Radio Strega, che accompagna Desdemona nel corso di tutta la storia e di cui nell’albo vengono rivelati alcuni episodi relativi al suo passato, trattati con delicatezza e sensibilità da Francesca Da Sacco.
Analizzando poi questo ennesimo entusiasmante e bel numero si può notare come anche gli autori dei disegni non sono stati scelti a caso.
Il tratto essenziale e duro di Elena Cesana è infatti molto coerente con la vicenda cruda raccontata nell’albo mentre la mezza tinta di Rossano Piccioni il cui segno, caratterizzato da nitidezza e luminosità, si inserisce nella corrente della “linea chiara” è sicuramente adatto per realizzare la lunga sequenza in costume relativa alle vicende che riguardano Paracelso.
La veterana Michela Da Sacco infine ci racconta, con il suo tratto fresco e dinamico, influenzato da disegnatori come l’americano Joe Madureira, il passato da pugile del Boss.
Il tutto racchiuso dalla splendida copertina dai colori sgargianti di Marco Checchetto.
Come nel numero precedente è necessario sottolineare la bellissima edizione editoriale dell’albo, dal prezzo maggiorato a causa della limitata distribuzione, che si compone di carta lucida e pesante, neri pieni e copertina satinata.
Alla luce di quanto scritto non si può che lodare ancora una volta gli autori di questo numero molto bello sia per trama che per disegni di cui è vivamente consigliata la lettura oltre che agli appassionati di buon fumetto anche a quelli di letteratura e cinema di genere.

venerdì 1 gennaio 2010

La virtù del cerchio

In occasione dell’uscita della recensione di questo libro sul sito Thrillermagazine (www.thrillermagazine.it) la ripropongo anche in questa sede.
Il romanzo di cui parlo in questo post, molto bello, ironico e ricco di richiami al mondo classico, è forse uno dei più bei gialli, genere che adoro, che ho letto ultimamente.
Pertanto lo consiglio vivamente non solo agli amanti del genere ma anche a quelli della buona letteratura.

Di: Dario Falleti
Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Data di uscita: Maggio 2007
Collana: Tracce
N° Pagine: 278
Prezzo: € 16,00

È uscito nel corso del 2007 per l’editore Il Filo, “La virtù del cerchio”, prima esperienza letteraria del chimico romano Dario Falleti.
Vincitore del premio Azzeccagarbugli 2008 come Migliore Opera Prima, questo libro, che richiama il noir della tradizione e, al contempo, sposa il filone che recentemente ha preso in prestito ambientazioni e personaggi del Vaticano per lo sviluppo delle trame, narra, in modo disincantato, spumeggiante e all’insegna dell’humour, una storia dalle vicende torbide.
L’intreccio principale infatti, ruota intorno a una serie di reperti etruschi trafugati e a certe preziosissime tavolette che potrebbero svelare il mistero millenario della lingua dei lucumoni e costituire il movente dell’assassinio di Monsignor Giovanni Proda, probo e stimato vescovo in pensione ed esperto di etruscologia, avvenuto in un appartamento di via Ottaviano a Roma.
A svolgere le indagini sull’omicidio è chiamato il commissario Negroni, una sorta di moderno Nero Wolf dalle caratteristiche non comuni in un personaggio di questo tipo.
È dotato infatti di una spiccata, quasi fisiologica, ironia, a volte venata di tonalità amare spesso rivolta a se stesso, in una riuscita combinazione con lo stile di scrittura di Falleti, di un insolito livello culturale, di un atteggiamento di razionale distacco rispetto ai fatti e, in generale, rispetto alla vita, oltre che di una conoscenza profonda degli ambienti criminali della Capitale e della provincia.
Questi tratti delineano un’immagine particolarmente concreta e vicina alla realtà sia dell’uomo che del poliziotto.
Accompagnano il protagonista nel dipanarsi della vicenda i personaggi del giudice istruttore Bellini e dell’ispettore Martini, comprimari che, come Negroni, sono caratterizzati in modo molto realistico ed estremamente ironico.
Molto ben riuscite sono anche le ambientazioni.
Il libro infatti ci mostra una Roma diversa da quella esclusivamente turistica che Dario Falleti sembra conoscere molto bene.
Per quanto riguarda lo stile, l’autore alla sua prima fatica letteraria, dà una buona prova di sé, lasciando assaporare al lettore un romanzo interessante, ironico, che lascia intravedere un universo, improntato sulla cultura classica, davvero interessante e ricco e che risulta quindi godibilissimo.
Danno inoltre valore aggiunto alla trama gag in romanesco, che sono davvero molto divertenti.
La novità assoluta rispetto al giallo classico, categoria a cui questo romanzo sicuramente appartiene, è che questo libro non punta sull’effetto della rivelazione del colpevole, ma su tutta una serie di colpi di scena investigativi che, come in una sorta di labirinto di matrioske, condurranno ad un finale tutt’altro che originale, ma che lascia in bocca al lettore un senso di compiutezza e logicità.
Alla lucei di quanto detto quindi, l’intrico della trama che si dipana bene, senza intoppi o forzature, il personaggio del Commissario Negroni che è davvero affascinante e l’ambientazione archeologica, tra Vaticano e servizi segreti americani, costituiscono punti di forza di un romanzo di cui è vivamente consigliata la lettura.